La paura fa le gambe

DSC_1876Cammino allegramente fra le “stoppie” dell’erba tagliata. Mi chiedo se devo essere prudente in quel luogo solitario, dove nessuno può sentirmi. Affronto il sentiero che si allarga e si stringe dentro l’erba alta, e mi guardo intorno per capire se sono in pericolo. Il silenzio è un po’ bello, ed un po’ isola assetata. Non riesco a decidere se allontanarmi dal punto sicuro di partenza, ma il sentiero si chiude e decide per me. Il primo tentativo di passeggiare solitaria sparisce, ma rimane come desiderio inespresso. Mi fermo e tasto la forza delle mie gambe, pigiando i piedi a terra. Sembrano affidabili, e mi invitano ad usarle per soddisfarmi. Ecco un bel sentiero nuovo, che “serpeggia” verso il basso della collina. Le curve lasciano vedere lontano e, solo in pochi punti i rami degli alberi, scendono per costruire un passaggio più stretto. Di lato l’erba alta e qualche rovo marginano i campi ben curati dal contadino, che sale e scende con il trattore.

Non sono sola, posso andare aventi, e mi concedo la curiosità di capire dove finisce il sentiero. Poi mi accorgo che scende e scende, ed il caldo addosso esubera il troppo dei miei vestiti. Non sono contenta di tornare indietro, ma il rischio di non riuscire a risalire mi trattiene. Peccato davvero non avere il coraggio di perdermi!

Annuso ancora un po’ l’aria pulita, guardo di nuovo i campi tagliati come pezze di stoffa, e mi pento di questo timore. Non riesco quasi mai ad arrivare alla fine della mia curiosità, e rinsavire diventa un vestito stretto.

Giro i fianchi ed osservo la strada in salita, e distraggo il mio presagio recitando una preghiera. I miei piccoli passi, impostati come imparato in montagna, trasformano le mie scarpe nei cingoli del trattore.

Salgo con forza, e sento le gambe sicure, e prego senza dare importanza all’erba che calpesto.

Sposto gli occhi fino al limite e accolgo distratta le immagini. Una cosa di aspetto “rotondo” sul piatto erboso, attira la mia attenzione. Mi avvicino per sopperire alla mia vista difettosa, che “bussa” alla porta del mio pensiero! Una vipera lunghetta, colorata come l’erba, ben distesa, e con la “faccia” rivolta verso la mia, scatena il mio ribrezzo.

Ho sempre avuto paura di incontrare un serpente da sola, anche se non mi sono accorta forse, di averne già incontrati molti! Tutti i piani di fuga, studiati a tavolino, ma archiviati per negazione della possibilità di accadimento, si sono trasformati nella salvezza che viene dall’istinto. Magica Natura!

Il cuore mi batte in gola , e come un tamburo mi assorda la testa. Le mie gambe libere, veloci e forti, scattano in saltelli deformi ma efficaci e, pregando con il ritmo dei movimenti, mi accorgo che scappo!

Quale spunto migliore della paura! Quella vipera ha stadiato la mia malattia, e adesso so che il deposito della mia forza è più colmo di quello che sento. Mio marito mi ha detto che un leone, forse, l’avrebbe stadiata ancora meglio!

Ecco a cosa servono i mariti!

 

 

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